Luca, l’allenatore giramondo

C’è chi dice che basta essere al posto giusto nel momento giusto; che è il caso, o il destino, a cambiare direzione alla nostra vita. Come se un luogo sconosciuto o un incontro accidentale possano avere, in autonomia, una qualche forza impercettibile che faccia accadere le cose che vorremmo che accadessero davvero.
Invece, anche se spesso diamo importanza alle coincidenze, io credo che siamo noi stessi a camminare verso una certa destinazione, a remare verso un determinato approdo. Perché sono convinto che il caso favorisca soltanto chi lo corteggia con dedizione, e chi lo attira a sé dimostrando coraggio, razionalità e una buona dose di fantasia.

È proprio questo che in fondo è successo a Luca, quando nell’inverno di fine 2012, a venticinque anni, ha lasciato Livigno per inseguire il sogno di diventare maestro di sci di fondo in Nuova Zelanda. Un sogno – diventato in un attimo realtà – che l’ha condotto verso quello che forse era sempre stato il suo vero traguardo: diventare un allenatore di biathlon.
Da ex atleta della nazionale italiana ritiratosi per un infortunio, Luca sapeva che per la nuova carriera avrebbe dovuto necessariamente ripetere quel passaggio che fanno tutti i biatleti. Prima occuparsi degli sci stretti e poi dedicarsi alla carabina.
Infatti, anche i corsi ufficiali che ha frequentato hanno seguito la stessa traccia: maestro di sci di fondo, allenatore di sci di fondo, allenatore di biathlon. E ha dovuto seguire questa stessa traccia anche quando si è messo a cercare su internet le offerte di lavoro nel mondo come maestro di sci, trovando quella che faceva per lui. In Nuova Zelanda, appunto, a Wanaka.

In questo modo è iniziata una lunga nuova vita: con una tazza di caffè in mano durante un colloquio di lavoro dall’altra parte del mondo, senza sapere una parola di inglese. Ma per sua fortuna, la lingua l’ha imparata in fretta in quel primo inverno di fine 2012: ha passato un mese intero a occuparsi delle pulizie nella struttura della scuola sci che l’aveva assunto e soprattutto a chiacchierare con chiunque gli capitasse a tiro.
Almeno fino alla prima occasione per dimostrare le proprie capacità sugli sci, cosa per altro mai messa in discussione dal datore di lavoro neozelandese, visto il brillante – seppur breve – passato da atleta. L’occasione è stata prima un corso ai bambini della scuola dell’infanzia, poi uno agli anziani del paese e, infine, uno ai turisti in vacanza.

Nel 2013 Luca ha gestito il centro sportivo nel quale aveva iniziato facendo le pulizie, e intanto è stato nominato allenatore dello sci club della Nuova Zelanda. Ha partecipato con i suoi ragazzi alla Oceania Cup, dove gli è toccato – sempre “per caso” – sostituire un allenatore australiano malato e dunque allenare anche la nazionale dell’Australia. E a fine inverno l’epilogo è sembrato naturale: Luca ha ricevuto l’offerta di diventare allenatore a tempo pieno di sei ragazzi australiani, così si è spostato in Svezia per preparare la stagione agonistica europea.
Questa è stata la prima esperienza in assoluto per i giovani australiani, abituati sì a viaggiare per il mondo ma non certo a farlo da atleti. Poi, la scelta successiva è stata quella di spostare la squadra a Livigno e far diventare il Piccolo Tibet la base europea dell’Australia.

Intanto, Luca ha potuto continuare a vivere tutto l’anno una sola stagione, la sua preferita. Niente estate: solo inverno. Prima quello europeo, tra novembre e aprile, poi quello australe, tra maggio e ottobre. Un anno di giornate corte, poca luce e neve sotto i piedi. Da allora sono passati quattordici inverni – due all’anno, appunto.
La conferma che quando si pensa che tutto sia scontato, c’è sempre qualcosa che risulta imprevedibile.

Poi due anni fa, nel 2017, durante un corso di aggiornamento organizzato dalla IBU (International Biathlon Union), Luca ha conosciuto il responsabile della federazione del Brasile di fondo e di biathlon, un ex olimpionico.
Chiacchierando, i due sono arrivati a definire una collaborazione a un progetto rivolto a togliere i ragazzi brasiliani dalla strada, anche attraverso uno sport come il biathlon che poco ha a che vedere con il Brasile, in particolare per il fatto che in Brasile non c’è neve. Difatti, la preparazione atletica in patria dei brasiliani è tutta basata su skiroll e, dunque, su asfalto. Solo in Europa e in Argentina i brasiliani trovano la neve, ma non è certo questo a scoraggiarli.

Così oggi Luca allena le squadre di biathlon di Australia, Brasile, Cile e Argentina, oltre a un atleta della Nuova Zelanda. Un totale di circa cinquanta ragazzi e ragazze, una delle quali, nel 2019, ha partecipato ai Campionati Mondiali in Svezia ottenendo un buon risultato.
Luca segue gli allenamenti in prima persona nei luoghi in cui le varie federazioni coinvolte decidono di trovarsi, mentre li segue online quando gli atleti sono nel proprio Paese.
Ma non è solo una questione di sport. Per Luca è una questione “passionale”. Per il viaggio, per il mondo, per la neve; per il fascino del melting pot; per la possibilità di vedere i ragazzi diventare uomini, prima ancora che atleti.
È anche una questione di “missione”, ossia dare il proprio contributo per far conoscere il biathlon in luoghi dove è pressoché sconosciuto; dove nessuno immagina che possa prendere piede. E dove Luca, a dispetto del caso e delle coincidenze, ha sempre incontrato una o più persone con la sua stessa missione, innamorate come lui di questo sport.

(Nella foto: un primo piano di Luca Bormolini, valtellinese di Livigno, classe 1987)

Condividi questo post