Un palco e un attore, un tennista e un uomo

È perché mi piace il tennis e perché Andrè Agassi è stato uno dei miei tennisti preferiti (insieme a Edberg, Sampras e Federer). È perché anni fa ho letto e divorato il libro Open, una storia epica che racchiude le gioie e i tormenti della vita di ogni uomo.

Ecco, è per questi motivi che il reading teatrale di Open – scritto e interpretato da Mattia Fabris e andato in scena al Cinelux di Livigno la scorsa settimana – mi ha emozionato e mi è rimasto dentro. Un’interpretazione sincera, trascinante e avvincente, tanto che mi ha fatto venir voglia di vedere tutti gli altri spettacoli di Fabris. E che mi ha fatto venir voglia di rileggere la biografia di Agassi – scritta da J.R. Moehringer – e guardare ancora una volta il meglio dell’estenuante partita agli US Open del 2006, giocata da Agassi contro un giovane Baghdatis.
Nello spettacolo, in cui le parole sono accompagnate dai suoni di una chitarra, questo “match di addio” è raccontato in maniera splendida da Fabris, con l’enfasi e lo spirito con cui si devono giocare i games decisivi, nonostante la fatica e la paura di poter perdere. Oltre all’ultimo match della carriera (che poi non è stato l’ultimo), nel reading c’è anche l’Agassi bambino, obbligato dal padre despota a sostenere infiniti allenamenti – anzi, combattimenti – contro la terrificante macchina lanciapalle da lui ideata.
Lo scopo di una simile crudeltà pensata e realizzata senza rimorso dal padre è, ovviamente (sigh!), far diventare il proprio figlio il tennista numero uno al mondo. A ogni costo. Un obiettivo che poi in carriera Agassi ha davvero raggiunto, a un prezzo altissimo: quello che un uomo, a un certo punto della propria vita, si ritrova sempre a dover pagare per far quadrare i conti con se stesso.

Ma per convincervi ad andare a vedere questo spettacolo, credo bastino le parole dello stesso Mattia Fabris: “Quando ho cominciato a leggere Open di Andrè Agassi mai e poi mai avrei pensato che la biografia di un campione di tennis – sport che, in tutta sincerità ho sempre trovato noioso – avrebbe potuto appassionarmi… Nulla di più errato! Sono rimasto folgorato. Appena ho finito di leggerlo ho desiderato portare questa storia sul palco, e così eccoci qui: un leggio, una storia favolosa e un chitarrista eccezionale come Massimo Betti”.

Allora, vi siete convinti?

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