Quando Livigno restava isolato

Quando succede, come oggi, che Livigno resta isolato, non posso che pensare al passato. Non posso che pensare a come la vita quotidiana dei nostri avi fosse subordinata soltanto alla natura e ai suoi sfoghi, senza intromissioni esterne.
Non c’era nessuno che decideva di chiudere i valichi per ragioni di sicurezza, non c’erano villeggianti che restavano bloccati in paese o poco fuori il paese, in attesa di poter uscire o entrare, non c’erano esplosioni in quota per provocare valanghe, non c’erano arroganti rombi di motore che portavano la neve chissà dove per liberare lo spazio vitale dell’uomo, come se lo spazio di una valle sia a uso esclusivo della nostra specie.

Quando Livigno restava isolato il progresso e la civiltà umana battevano in ritirata, si sottomettevano al cielo e alla terra, e i montanari di allora – i veri montanari, perché oggi ci possiamo definire soltanto cittadini che vivono in montagna, tutti vittime del misero show turistico che noi stessi abbiamo messo in scena – non facevano altro che aspettare che la natura tornasse alla sua normale attività.
Si preoccupavano, certo, probabilmente pregavano, senz’altro si davano da fare con i badili. Ma non facevano drammi per la tanta neve caduta, non si agitavano più del dovuto e grazie a Dio non vivevano l’epoca che trasforma una nevicata abbondante in un fattore di marketing.
I nostri avi accettavano gli sfoghi della natura come parte della loro difficile esistenza, come parte (anche) vitale del luogo in cui vivevano, come normali accadimenti ciclici che scandivano lo scorrere delle stagioni. E passato il momento si rimettevano subito a pensare alle faccende quotidiane, forse a quelle dell’indomani.

Così, quando succede, come oggi, che Livigno resta isolato, non posso che pensare a persone come il Cantoni, che in inverno cercava in tutti i modi di tenere pulito il sentiero per uscire da Livigno e Trepalle, con il suo cavallo e la sua slitta; oppure al giovane Sandrino, vittima di un incidente che gli ha mozzato di netto una mano mentre lavorava alla pulizia della strada del Foscagno, quel giorno capace di sciare, solo e dolorante, verso l’ospedale di Bormio; oppure al nonno Bepín, che per decenni ogni mattina all’alba misurava lo strato di neve presente nel fondovalle, un compito che prendeva molto seriamente, per poi comunicare il risultato al Centro Nivometeorologico; oppure all’ostetrica Raisoni, che a metà Ottocento era la figura più importante in paese, più del medico condotto, del prete o del sindaco, e portava sulle spalle il peso della vita e della morte, in inverno e in estate, sempre.

Ecco perché il pensare a quando Livigno restava isolato e alle persone che ci vivevano, mi fa dire che per i montanari di oggi – anzi, per i cittadini che vivono in montagna – c’è ancora speranza, c’è futuro.
Non auspico certo un ritorno al passato e all’isolamento, non avrebbe senso. Ma sono convinto che un ritorno ad alcuni valori del passato migliorerebbe il presente: ci renderebbe degni di vivere una valle di montagna per quella che è, senza che il turismo e gli “esperti del turismo” continuino a trasformarla in quella che non potrà mai essere. Senza continuare a credere che rincorrere l’illusione della montagna moderna, quella che viviamo ogni giorno, sia l’unico sentiero percorribile.

(La foto che accompagna il post è di Enzo Bevilacqua ed è tratta dalla pagina Facebook di Livigno is magic).

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