L’identità della Valtellina

Ma no! Dove vai con quello zaino? È troppo grande! Non si fa un’escursione con uno zaino così! E poi la borraccia devi riempirla di vino, mica di acqua!”
Guardo l’uomo e sorrido. Dal suo ghigno irriverente capisco che è curioso e che ha voglia di chiacchierare con me, un estraneo di passaggio. Allora finisco di riempire la borraccia nella fontana di contrada Bosca, un nucleo di poche case in sasso tra Grosio e Rogorbello, e mi avvicino a lui.
È il primo pomeriggio di una giornata fresca e soleggiata, ideale per camminare. Questa mattina, di buonora, sono partito da Sondalo, sono passato dal Parco delle incisioni rupestri di Grosio, sono sceso a Grosotto e poi sono risalito a mezzacosta da Vione. Sono diretto a Baruffini, lungo il sentiero del Sole, anche se qui il bosco è talmente esteso, impervio e fitto che di sole ne ho visto poco.
Prima di rispondere all’uomo bevo un abbondante sorso d’acqua e lui, che aspetta di ascoltare la mia storia e soprattutto la giustificazione per la grandezza dello zaino, si allaccia le stringhe delle scarpe e si sistema la camicia nei pantaloni, come fosse appena uscito di casa dopo un pisolino.
Non sto facendo un’escursione” gli dico con voce ferma e orgogliosa. “Sono in cammino da quattro giorni e sarò in cammino per altri tredici. Sto facendo il giro a piedi della Valtellina, per conoscerla un po’ più da vicino, poi scriverò un libro per un editore di Sondrio.”
Ah” dice lui dopo una pausa necessaria a soppesare le mie parole. “Allora sì, va bene.”
Sembra quasi rinfrancato, anche se sul viso gli resta impresso lo scetticismo dei montanari. Con gli occhi misura ancora lo zaino, poi indica la borraccia che ho in mano: “Comunque devi riempirla di vino, mica di acqua! Così cammini meglio!”

Sono stati gli incontri come questo a farmi capire qual è la vera anima della Valtellina. Perché io che conoscevo così poco questa terra, dove ho sempre vissuto, io che ero abituato soltanto a percorrere in auto la Statale 38 verso le solite destinazioni – Bormio, Sondalo, Tirano, Sondrio, Morbegno – che ne potevo sapere della Valtellina? Che ne potevo sapere davvero, io, di Teglio, di Berbenno, di Castione, di Civo, di Castello dell’Acqua, di Carona, di Sernio, della Valmalenco, della val Masino o della val Gerola? E di contrada Bosca, poi, cosa volete che ne sapessi? Niente. Non ne sapevo un bel niente. Ed è avvilente, quasi vergognoso, addirittura una sconfitta sapere così poco della terra in cui si cresce.
È per questo motivo che una mattina di maggio sono uscito di casa e mi sono messo in cammino. Non che ora sappia tutto della Valtellina, sia chiaro. Anzi, ai dubbi si sono aggiunti altri dubbi, alle lacune altre lacune. Storia, natura, geografia. Non finirò mai di imparare, di conoscere la Valtellina.
È vero, oggi posso finalmente dire di conoscerla un po’ meglio di ieri, e scrivendo il libro sto imparando altro. In fondo il mio cammino non è finito con il ritorno a Livigno. Sto ancora camminando. Sto ancora mettendo un passo davanti all’altro, una parola davanti all’altra. Prima per esplorare il territorio con le gambe, adesso per fissare su carta le emozioni.

In poco più di due settimane ho camminato in alta quota e a mezzacosta, su strade asfaltate e su piste ciclabili. Ho camminato accanto ai fiumi Adda, Frodolfo e Mallero, e ai piedi di montagne imponenti. Sono entrato in alcune valli laterali, ho attraversato frazioni, borghi, paesi, cittadine e città. L’ho fatto con l’occhio attento e curioso del camminatore, di colui che ha un punto di vista privilegiato, che può rallentare, fermarsi, stupirsi. Che ha il lusso di poter perdere tempo senza l’obbligo di arrivare a destinazione in orario.
È così che ho conosciuto le persone che non avrei mai incontrato in altre occasioni. Ho ascoltato le loro storie e ho raccontato le mie. Ho capito che l’identità profonda della Valtellina, quella che fa di un valtellinese un vero valtellinese non perché mangia pizzoccheri o bresaola, non si trova nelle località turistiche alla moda, così artificiali e poco sincere. Non si trova tra i capannoni lungo la statale 38, imposti da un modello di economia che ha già dimostrato di aver fallito. Non si trova nel marketing che esalta la viticoltura eroica, dimenticandosi della fatica dei contadini. E non si trova nemmeno nelle immagini patinate che vediamo in tv o in internet.
La Valtellina autentica, come l’ho percepita io, è quella orgogliosa delle proprie rughe, è quella tenace dei muretti a secco, è quella che si prende cura del territorio, è quella che non si lamenta del freddo pungente, è quella variegata e unica che va dal confine con il lago di Como alle alte vette delle Alpi. Soprattutto, è quella nascosta agli occhi distratti di chi percorre in auto il fondovalle.
La Valtellina autentica è in quel residuo di mondo semplice e genuino – rurale o turistico o finanziario che sia – che resiste ai concetti più stupidi della modernità. È nelle persone comuni che lavorano e curano le vigne, i meleti, i piccoli negozi, le trattorie, gli alberghi e le ditte di famiglia. È nella storia dei palazzi e delle chiese nei centri storici, è nei castelli e nei ruderi in cima a un promontorio. La Valtellina autentica è nei boschi fitti con gli alberi schiantati, è nella neve in estate dell’Alta Valle, è nell’eleganza di piazza Garibaldi a Sondrio, è nella commozione che sfocia dal tabernacolo in ricordo delle vittime della frana di Sant’Antonio Morignone.

E oggi, per me, la Valtellina è anche il cinquantenne Giorgio che impiega dieci anni a ristrutturare un vecchio rudere in sasso per trasformarlo in b&b, ma che vuole stare lontano dalla folla. È il trentenne Mattia che sogna di fare il pastore di capre sul versante orobico, per poi diventare un bravo casaro. Sono Angelo e Daniela, da poco in pensione, che curano l’orto dietro casa e il sentiero che da Roncaiola porta a Baruffini. È il settantenne Nicola che usa la falce per tagliare il prato del giardino, così da sentirsi forte e utile come un tempo. Sono i ragazzi di Carona che dalla primavera all’autunno fanno risorgere e animano una frazione ormai fantasma. Sono le donne e le ragazze che ancora lavano i panni nella fontana del paese, dove l’acqua è gelida e, forse, eterna come il loro sorriso.
Sono le persone semplici e i luoghi autentici a essere i figli legittimi della Valtellina. Loro sono la Valtellina, noi siamo la Valtellina. Tutto il resto, imposto dal modello di società in cui viviamo, non c’entra con la Valtellina. Non c’entra nemmeno con gli uomini, almeno quelli che si possono definire “veri uomini”. C’entra con la modernità, ma la modernità non ha origini, non ha identità.

È questo quello che ho imparato dal mio viaggio in Valtellina, camminando per 400 chilometri. Ho seguito i sentieri e le vie, ho perso l’orientamento e ho tracciato la mia strada. Ho viaggiato per viaggiare, per muovermi. Non per andare da qualche parte, ma per andare, proprio come diceva Stevenson, l’autore di Dr. Jekyll e Mr. Hyde.
Così, oggi posso dire di sentirmi un po’ meno moderno e un po’ più autentico di ieri. E forse, grazie a questo lungo cammino, posso anche dire di sentirmi un po’ più valtellinese.

Nota bene: questo è il breve racconto sul mio viaggio a piedi che leggo al pubblico durante le serate dedicate all’esperienza.
Nella foto: panorama dal Castello Visconti Venosta di Grosio.

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