Il ritorno dal mio viaggio in Valtellina

Non c’è dubbio: dopo 17 giorni e 400 chilometri di cammino posso dire di conoscere la Valtellina meglio di quanto la conoscessi prima di partire. Ho raggiunto lo scopo che mi ero prefissato quando ho ideato questo progetto, anche se le mie lacune restano ancora tante, soprattutto dal punto di vista storico e naturalistico.

Il mio è stato il classico viaggio on the road. Ho camminato in Valtellina con lo zaino in spalla non solo su asfalto, ma anche su sterrato, su sentieri di media e alta montagna, in boschi fitti e su piste ciclabili nel fondovalle, passando da contrade, frazioni, borghi, paesi e cittadine.
Un venerdì mattina sono uscito di casa e ho messo un piede davanti all’altro, in salita, in discesa e in falsopiano, affrontando il versante retico all’andata con incursioni in Valfurva, Valmalenco e val Masino, e il versante orobico al ritorno entrando in val Gerola e salendo ad Aprica.
Nonostante fosse inizio maggio ho camminato sulla neve fresca scesa nella notte a Livigno e in Valfurva, sotto una pioggia leggera che è durata tre, quattro giorni, e sono stato baciato da un sole splendente lungo la via dei Terrazzamenti, in val Gerola e, spesso, sul sentiero Valtellina.

Ho incontrato soltanto persone semplici e genuine: alcune mi hanno ospitato per la notte, altre mi hanno offerto la cena, molte mi hanno invitato in casa per un caffè, qualcuna mi ha fermato per strada incuriosita dal mio grosso zaino.
Ho passato due settimane abbondanti lontano dalla folla, dal traffico, dalla frenesia, dalla modernità e dal denaro senza dover andare in luoghi isolati dal resto del mondo. Ho ritrovato una montagna fatta di cose autentiche, a misura d’uomo: la baita, l’orto, il dialetto, la stufa, il bosco, il silenzio, il vino rosso, il cibo locale, le chiacchiere, la fierezza. E ognuna di queste persone semplici e di queste cose autentiche mi ha regalato un’emozione pura e mi ha lasciato un ricordo indelebile.
Per giorni ho dimenticato i vizi della società in cui vivo. Nella solitudine del lungo cammino quotidiano e nelle compagnie amichevoli della sera, mi sono immerso nelle virtù di un mondo rurale in cerca di equilibrio con la società del progresso, nonostante le difficoltà di convivenza, le dimenticanze delle amministrazioni locali, l’emarginazione da parte di chi crede che l’economia del fondovalle e il turismo delle località alla moda siano l’unica ragione di vita.

Infine, ho riscoperto il valore del tempo e della distanza. Quando si cammina per giorni ogni istante è fatto per scoprire un paesaggio, sorprendersi di un dettaglio, preoccuparsi di un dolore, pensare a un concetto, ascoltare un rumore, godere di un sorso d’acqua, perdere e riconquistare la fiducia; il tempo si dilata e i minuti che scorrono non sono mai uguali uno all’altro, diventano irripetibili. Quando si cammina per giorni ogni chilometro riscatta la sua dignità, la sua vera misura, un passo è un metro e da questa combinazione di fatica non si sfugge; il motore che annulla le distanze e che le divora in un attimo non è contemplato, sono soltanto le gambe e le spalle ad avvicinare il luogo di destinazione.

Principalmente, dopo 17 giorni e 400 chilometri di cammino ho capito a fondo il valore della lentezza e di tutto ciò che la circonda: niente vale più dell’essenziale, della sobrietà, della natura, della creatività, dei sentimenti. Niente vale più della coerenza per mettere in pratica questi concetti, una coerenza di comportamenti che io stesso devo ricercare con decisione perché non resti solo teoria e scrittura.
Ma, soprattutto, sentendone la mancanza e avvertendone la lontananza, ho avuto la conferma che niente vale più della famiglia da cui si torna.

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