Il nuovo vecchio mondo del vermouth

È successo tutto in pochi giorni. Come spesso accade, una serie di coincidenze mi ha portato a scoprire una sorta di “nuovo” mondo dei liquori, almeno per me: il mondo del “vecchio” vermouth.
Insieme a mia moglie ero a bere un aperitivo dal mitico barman Frank, che da anni lavora a Livigno all’hotel Lac Salin. Non ricordo bene il perché, ma a un certo punto il nostro chiacchierare ha preso la strada del vermouth piemontese.
Quelli sì che erano aperitivi!” mi ha detto Frank con un misto di nostalgia e orgoglio. “Vermouth, americano, punt e mes… Con tutto il rispetto, ma quello che stai bevendo adesso è una porcheria” ha aggiunto serenamente, indicando con le dita sottili il mio bicchiere di Spritz e l’Hugo di mia moglie. “E poi tutta quella roba che ti danno da mangiare mentre bevi. Io proprio non capisco. Ma dove siamo finiti? Un aperitivo serve a prepararti alla cena, mica a rovinartela.”

Solo qualche giorno dopo, a Cocconato in provincia di Asti, ho capito meglio il significato delle spiegazioni di Frank.
L’amico e collega libraio Davide Ruffinengo di Profumi per la Mente mi ha invitato a visitare la bellissima enoteca della cantina Bava – dove tra l’altro in qualche occasione ospitano autori a presentare libri. Lì ho assaggiato il mio primo Cocchi Storico Vermouth di Torino, prodotto dall’azienda Giulio Cocchi, e ho avuto la fortuna di ascoltare la storia del vermouth piemontese raccontata da Paolo Bava, uno dei titolari.
Sarete d’accordo con me che questo aperitivo ha avuto tutto un altro sapore rispetto al solito. Anche perché a ogni sorso di vermouth, con il suo colore ambrato e il suo gusto prima amaro e poi dolce e poi ancora amaro, mi scorrevano nella mente le immagini prodotte dalle parole di Paolo: l’inventore della ricetta che a fine Settecento prova le varie spezie per esaudire i desideri di casa Savoia, cioè un liquore piacevole da bere nel tardo pomeriggio per stimolare l’attesa della cena; gli artisti della Belle Époque che ridono allegri davanti a un bicchiere colmo; i barman che negli anni Settanta e Ottanta usano il liquore come base di quasi tutti i migliori cocktail.
Ecco, adesso capite perché non è stato un aperitivo come gli altri?

Comunque, alla base del vermouth – che avevo già assaggiato in passato, ma senza degustarlo davvero – ci sono vino, zucchero e alcol, poi erbe come la china e il rabarbaro, spezie come l’artemisia, agrumi e in misura minore altre erbe e legni profumati come il sandalo, il muschio, la mirra, la noce moscata.
Il risultato è un sapore che ti trasporta avanti e indietro nel tempo, su e giù tra le colline delle Langhe, dentro e fuori i profumi di un giardino. Un sapore che ti rasserena come una lunga passeggiata nel bosco.

Per concludere, aggiungo solo che a me piace bere il vermouth puro, con ghiaccio e una scorzetta di limone e, a dirla tutta, non solo come aperitivo. E per la scoperta di questo nuovo vecchio mondo non mi resta che ringraziare Frank per le sue dritte sugli aperitivi, Paolo per gli assaggi e i racconti sul vermouth, Davide per avermi regalato una bottiglia di Cocchi Storico.
Salute!

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