Il modello da cambiare

thomasLuoghi

In questi anni, grazie alle esperienze di viaggio che ho vissuto e a quanto ho visto accadere intorno a me e nel mondo, ho avuto modo di ragionare parecchio sullo stile di vita della società in cui viviamo.
È innegabile che tutti noi, chi più chi meno, abbiamo contribuito a rendere più brutto il luogo che abitiamo, nonostante spesso sosteniamo il contrario; come se ogni progresso preteso, ogni comodità reclamata o ogni banconota desiderata sia davvero una virtù e non un vizio, sia davvero necessario e non superfluo.

Ci ho ragionato sopra e sono arrivato ad alcune conclusioni, tutte opinabili e passibili di correzione (mi alimento di dubbi e non di certezze, di curiosità e non di indifferenza), alcune scritte anche nel mio libro Il mio viaggio in Valtellina.
E per arrivarci non ho potuto fare altro che paragonare i luoghi visitati o la mentalità delle persone conosciute durante i miei viaggi (seppur ancora pochi) con Livigno e i livignaschi, dato che la realtà in cui ho sempre vissuto – e che amo – è quella che conosco meglio.
Sia chiaro: Livigno non è il male assoluto. Tuttavia a mio parere, così come tante altre località di montagna e di mare, in Italia come in Europa, il modello Livigno è uno dei tanti pessimi esempi di come l’aver puntato oltremisura sul turismo di massa e sul consumismo abbia contribuito in maniera decisiva a imbruttire non solo il territorio, ma anche le vite delle persone.

Siamo in ritardo e dobbiamo rincorrere. Abbiamo bisogno di un nuovo modello di società e di turismo, perché quelli che conosciamo hanno fallito. Forse l’unica soluzione è modificare in concreto il proprio stile di vita, il rapporto con l’ambiente e il territorio, l’approccio al consumo e al lavoro pur continuando a vivere nella società occidentale e pur continuando a campare di turismo.
Però non possiamo più permettere di farci scorrere addosso il presente come un torrente in piena e di giustificare le brutture (continuo a usare questo termine) con la ricerca di benessere. Anche perché, parliamoci chiaro: il benessere, a Livigno come in altre località un tempo povere e isolate, l’abbiamo raggiunto almeno tre decenni fa e inseguirne di più, a ogni costo e senza limiti, non ci rende persone migliori.

Ecco perciò che riporto, di seguito, due brevi spezzoni contenuti nel mio libro, che parlano proprio di questi concetti: il primo pensato a Baruffini e il secondo a Montagna in Valtellina.

Fu così che iniziò la nostra serata. Condivisi il cibo, il vino e il calore della stufa a legna con due persone cordiali e genuine, curiose e intelligenti, con le quali entrai subito in empatia. Ridemmo e ci emozionammo; parlammo di noi, delle nostre famiglie, di viaggi e di libri, della Valtellina, di Baruffini e di Livigno.
Mi descrissero le loro giornate e mi raccontarono dello stile di vita che avevano scelto già molto prima della pensione e al quale si erano abituati in fretta, rimanendo tutto l’anno lassù, tra i pochi abitanti della frazione ma lontano dal caos di Tirano.
Il discorso virò su Livigno e discutemmo in generale di turismo; di denaro, di fortuna, di bravura e di avidità; della mentalità gretta che nelle valli alpine sottomette l’intera vita delle persone ai tanti vizi e alle poche virtù del turismo di massa; della smania di avere sempre di meglio e sempre di più, senza limiti e senza un vero appagamento; di paesi cresciuti a dismisura tanto da sacrificare una buona parte della loro vera ricchezza: la natura; e, infine, di come la società moderna, il consumismo e il modello cittadino abbiano colonizzato la montagna estirpandone quasi del tutto l’autenticità e le tradizioni, lasciando molte zone delle Alpi nude e indifese, senza più identità.

Apprezzavo la scelta sua e di Claudia (la moglie), la decisione controcorrente – anche se ormai non così inusuale – di lasciare Livigno. Non erano i primi e non sarebbero stati gli ultimi, sempre che la condizione economica di chi voglia fare una scelta simile lo permetta. Anzi, nel futuro immediato forse questa situazione si ripeterà più spesso e da un certo punto di vista è preoccupante.
Ma se si parla di abbandono, per Livigno non si tratta del rischio di spopolamento che ha svuotato di vita molti luoghi della mezzacosta o dell’alta quota delle Alpi: non è questa la disputa. Si tratta di una vera e propria fuga da un posto che, senza accorgersene, ha tradito i valori della montagna preferendo abbracciare quelli della città. Un luogo che, per la paura di restare isolato nel passato, non è riuscito ad adattare il progresso alle esigenze della nuova montagna che stava per nascere, ma ha scelto di portare direttamente in valle la città e i suoi vizi.
Ma com’è possibile?”, immaginavo si chiedessero le persone, spiazzate dalla scelta di Isaac e famiglia. “Vivete in un paese ricco e rivolto alla crescita, dove il lavoro abbonda, la crisi economica vi sfiora appena e la natalità è altissima; dove c’è tutto il necessario per crescere bambini sani e dove la popolazione è giovane e dinamica… e voi che fate? Ve ne andate a vivere in media Valtellina o in qualsiasi altro posto peggiore?”

(La bellissima fotografia che accompagna il post è di Enzo Bevilacqua ed è tratta dalla pagina Facebook Livigno is magic; le due illustrazioni all’interno del post sono di Marika Muglia e sono tratte dal libro Il mio viaggio in Valtellina)

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