Ho scelto di rallentare

thomasLuoghi

I luoghi e la società in cui viviamo sono ossessionati dalla velocità, dal fare e dall’avere sempre di più, si tratti di denaro o cose. E nella frenesia del quotidiano, spesso non ci rendiamo conto del danno che questo stile di vita procura a noi stessi, alle persone che abbiamo accanto, all’ambiente e alla natura che ci circonda.
Siamo corridori che ambiscono a percorre sempre più chilometri nel minor tempo possibile, ogni giorno spostando il traguardo in là, un po’ più lontano di ieri, senza accontentarsi mai. Di conseguenza, ci siamo abituati a rimandare a tempi futuri e mai ben definiti la fine di questa folle corsa, che sottomette la nostra esistenza agli innumerevoli vizi di quella che chiamiamo modernità.

Viviamo una vita in cui, al primo posto, mettiamo il lavoro, il denaro, il consumismo, l’urbanizzazione, la tecnologia, il progresso a ogni costo; ossia tutta una serie di incentivi alla velocità e, soprattutto, alla perdita del tempo, inteso come risorsa essenziale per dare il meritato valore alla vita umana.
Per questo l’ho fatto. Per questo ho scelto di rallentare e, dopo tredici anni, dire addio al lavoro di libraio in un contesto come quello di Livigno, suo malgrado esempio lampante di località turistica di montagna che spinge all’eccesso proprio il concetto di velocità.
L’ho fatto perché rallentare significa poter pensare davvero a ciò che si sta facendo, tenere il volante ben saldo tra le mani e non farsi travolgere dagli eventi di ogni giorno; rallentare significa disporre del tempo in base a precise scelte personali, smettere di comportarsi come automi ed essere incessantemente concentrati su cose che sono un mezzo per soddisfare ambizioni spesso inconsistenti o, peggio ancora, redditizie solo a livello economico.
Tuttavia, rallentare significa prima di tutto rinunciare e la rinuncia è alla base di ciò che rende possibile riappropriarsi del tempo che, una volta perso, non torna più. Ecco perché, a mio parere, lasciare che i giorni passino inesorabilmente senza cambiare quello che non ci va più di fare, equivale a una cocente sconfitta.

Detto questo, sono consapevole che un forte impedimento al rallentare non è tanto trovare il coraggio di farlo davvero, cosa complicata per molte persone, bensì avere un’alternativa alla vita veloce, vissuta spesso come l’unico modello possibile.
E dato che viviamo in una società in cui le spese da sostenere sono molte (per il cibo, la casa, la famiglia e alcuni oggetti essenziali) la prima questione da risolvere è quella di trovare le risorse sufficienti a sostenere queste spese. Ma siccome rallentare è anche sinonimo di semplicità e sobrietà, ecco che la rinuncia a ciò che non è necessario elimina in parte il bisogno di avere maggior denaro e, dunque, di sprecare il tempo a procurarselo.
Un’altra ragione di non poca importanza, per la quale è difficile rallentare, è il tabù culturale che abbiamo nei confronti del concetto di lentezza, quasi sempre associato alla pigrizia, alla poca voglia di mettersi in gioco o alla possiblilità di vivere di rendita, se non a un’utopia o a un’ideologia da ingenui sognatori (in merito a questi temi consiglio di leggere i libri Adesso basta di Simone Perotti e Io sto con la cicala di Fausto Gusmeroli).
Niente di più sbagliato. È infatti ormai assodato, e in molti Paesi succede già, che lavorare meno e poter dedicare il tempo restante ad altre cose, significa ottenere migliori risultati e maggiore soddisfazione personale.

Tornando alla mia scelta, posso dire di aver valutato con equilibrio, negli ultimi due anni almeno, le varie questioni di cui sopra. E, ancora, di non avere la certezza che tutto andrà come ho pensato e come spero. Con la consapevolezza, però, che se si segue il cuore e l’istinto, mischiando una dose di razionalità a un pizzico di follia e a quanto basta di coraggio, non si sbaglia mai.
Peggio, molto peggio, sarebbe stato restare al mio posto, stufo com’ero di provare la sensazione di essere ingabbiato tra quattro mura, obbligato a passare in negozio la bassa come l’alta stagione turistica, i giorni feriali come quelli festivi, con pochi momenti per rifiatare e staccare come si deve.
Sarebbe stato disastroso rimanere sul sentiero che intuivo essere arrivato a un bivio e continuare a lavorare in un modello di turismo, commercio e dunque paese (Livigno, appunto) di cui oggi condivido pochi valori. Restare sarebbe stato uno sbaglio. Me ne sarei pentito amaramente e, forse, allora sarebbe stato troppo tardi.
Sia ben chiaro: non ho nulla da insegnare e non devo convincere nessuno. Decidere di svoltare, tentare altre sfide, soddisfare curiosità represse e, tornando al punto focale, riconquistare il tempo che avrei sottratto a ciò che ora sento più urgente (la famiglia, la scrittura, il viaggio e la natura) è soltanto il nuovo sentiero che ho scelto di percorrere.

(Ho scattato la fotografia che accompagna il post durante il mio cammino in Valtellina del maggio 2019)

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