5. Lamezia: mini viaggio in Italia

Lamezia è un’altra cosa.
Per me, Lamezia è un insieme di ricordi leggeri ma anche ingombranti, di emozioni allegre ma anche tristi, di vacanze spensierate ma anche nostalgiche. Lamezia è un miscuglio di passato e di presente legato a gesti, abitudini, odori, sapori e sensazioni che si ripetono ogni volta che ci torno. E a ricordi, appunto.
Allora, non posso che far andare la tastiera e liberare questo miscuglio di cose che mi passano per la testa, e dare loro un nome. Sia chiaro: non sarà un post che descrive i luoghi del turismo o che fa il resoconto di una breve vacanza, no. Sarà un post personale, quasi intimo, che in un flusso di coscienza descrive il mio miscuglio di passato e di presente.

Lamezia è un viaggio infinito attraverso l’Italia, i finestrini abbassati, il vento che colpisce il viso, la voce di De Gregori che canta Titanic, il caldo afoso che s’incolla alle braccia, gli spruzzi delle onde sulle gambe, l’odore di fresco della pineta, l’immondizia buttata a bordo strada, i sassolini bollenti della spiaggia, gli aerei che decollano e atterrano, il treno che fischia, i kitesurf che volano.
Lamezia è una città con tante città nascoste dentro, la campagna di Sant’Eufemia, il centro storico di Sambiase, il caos di Nicastro, il mare, la montagna, la periferia, le chiese, i viali lunghi e dritti con gli olivi a fare da sentinelle, le vie corte e strette che sembrano sempre senza uscita, la voce di De Gregori che canta Rimmel, il traffico calmo dell’ora di punta.
Lamezia sono gli anziani seduti su una sedia fuori l’uscio di casa o quelli affacciati alle finestre che ti fissano dall’alto, sono i ragazzini in motorino, i giovani davanti ai locali, i posti di blocco della Polizia, l’odore di pesce, i palazzi mai terminati ma sempre lì con il loro scheletro di cemento, le piazze affollate, la voce di De Gregori che canta La donna cannone, i colpi di clacson prima di una curva cieca.
Lamezia è una gazzosa al caffè, una granita di mandorle, una nespola appena colta dall’albero, un pallone che rotola in rete, la voce di De Gregori che canta La leva calcistica della classe ’68, la tomba di mio padre in un cimitero lungo e largo, l’abbondanza di carne nel sugo, il pane raffermo, i sorrisi di zii e cugini, i bocconcini di mozzarella, il salame piccante, i balli di un gruppo folk, le strette di mano, il buio caldo della notte.

Ecco, Lamezia è tutto questo. Un miscuglio di ricordi del passato e del presente, ma non solo. Perché in fondo, Lamezia è sempre un’altra cosa.

 

(La foto che accompagna il post è tratta dal sito Reportage online)

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