4. Matera: mini viaggio in Italia

Mi viene in mente una sola parola per descrivere Matera. Anche perché – immagino – sono già state usate tutte le parole del mondo per parlare di questa città. E come potrebbe essere altrimenti, vista la sua bellezza senza pari!

La mia parola è: stupore.
Stupore per il silenzio che regna tra i vicoli, le vie e gli scalini, nonostante la folla di turisti e le voci chiassose dei venditori di souvenir; stupore per il colore dei sassi, una tonalità tra il bianco, il grigio, il panna e il giallo che sa di buono; stupore per la vista su Sasso Barisano che si apre da vari punti panoramici, ognuno dei quali ti fa vedere quello stesso luogo in una veste del tutto nuova; stupore per il sollievo che riesce a darti il fresco delle grotte scavate nei sassi, mentre fuori c’è il caldo del Sud che non smette di abbracciarti; stupore nel conoscere qualcosa in più sul passato della città dopo aver visitato il Museo Laboratorio della Civiltà Contadina e poi la Casa Grotta di via Fiorentini; stupore nel vedere tanti turisti americani, giapponesi ed europei a loro volta stupiti da tanta meraviglia (del resto siamo in Italia, no, perché stupirsi?!); ancora, stupore nel vedere l’altra Matera, quella lontana e quasi estranea ai sassi, ma con una sua dignità e un suo ordine nonostante esista la parte più famosa, unica al mondo; e, infine, stupore nel godere anche il paesaggio che c’è oltre la periferia, non solo nei sassi, là in campagna dove le colline sono un po’ verdi e un po’ dorate e nascondono il mare.
E questo è quanto: Matera è stupore. Non mi viene in mente altro da dire.

L’unica cosa che voglio aggiungere sono le parole riportate su una piccola lastra in sasso (ovvio!), lette all’esterno del Museo Laboratorio che ho citato.
Sono parole che valgono non solo per Matera, ma per ogni luogo che sta perdendo le radici e la storia, che dimentica il passato e che lo vende a basso costo in nome della modernità.

Quegli uomini non ridevano, e parlavano quando era necessario, non erano dolci con le loro donne: erano incapaci di carezze e parole d’amore.
Quegli uomini si accoppiavano su un letto alto, gonfio di foglie di granturco, e mettevano al mondo nidiate di bambini scalzi quando erano ubriachi o per non morire di rabbia.
Quegli uomini, ombre silenziose, si muovevano come formiche concitate, sopravvivendo a tutte le disavventure che la vita serbava loro.
Quegli uomini avevano dignità da vendere.
Nessuno la scambi per disprezzo.
Oggi in queste case in cui morivano per tifo o per febbri malariche i due terzi dei nati, si celebra la nostra vanità.
Quegli uomini ritratti vicino al mulo, condensati di impotenza e di miseria, sono il nostro “falso orgoglio”, reliquie sacre di un mondo che ci appartiene per comodità o per mancanza di radici.
Quegli uomini, se tornassero in vita, riderebbero di cuore per tanta falsità creata intorno a loro.

(La foto che accompagna il post è tratta dal sito Sassi Vacanze)

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