3. Lontananza. Diario da una vigna

thomasLuoghi

Lunedì 22 marzo 2021

In queste settimane non ho potuto andare in vigna. In Lombardia siamo in zona rossa, impossibile muoversi. E, anche se avessi voluto farlo, sono comunque chiuso in casa per la quarantena insieme alla mia famiglia.
Spesso la mattina, quando mi alzo dal letto, guardo dalla finestra e mi chiedo che cosa stanno facendo gli uomini della squadra operai Plozza, che sto imparando a conoscere e a farvi conoscere. Dove sono oggi? In quale vigna? Quali mansioni devono svolgere? Sono tutti al lavoro oppure qualcuno è in malattia, come Florian che ha subìto un colpo alla schiena e si muove a fatica?
Ormai avranno finito la legatura, penso mentre controllo il calendario del ciclo naturale della vite che, mesi fa, avevo stilato con Andrea, una sera che abbiamo cenato insieme.
E piantare le barbatelle – ossia le giovani viti che sostituiscono quelle morte – lo avranno già fatto? Quanto sarà cresciuto il tralcio dall’ultima volta che l’ho visto, che l’ho toccato? Come sarà il clima oggi dalle loro parti? Il sole che illumina il versate retico delle Alpi valtellinesi scalda a sufficienza il corpo oppure è ancora troppo presto?

Nuova barbatella appena piantata, ricoperta da una resina verde

Ieri, al telefono, Andrea mi ha raccontato che questa è una settimana di stanca e, in base alle indicazioni arrivate dall’azienda, si dedicheranno ai lavoretti lasciati a metà, in attesa dello scoppio della primavera e della crescita della vegetazione.
Dovranno sistemare i fili tra i filari di alcune vigne, almeno quelli più rovinati; dovranno pulire il terreno dai rami potati, a mano e con il rastrello; in generale, dovranno fare ordine e pulizia, come fossero nel soggiorno di casa. La vite e il terreno sui cui cresce hanno bisogno di cure, sempre e costantemente.
La mia seconda e per ora ultima scorribanda in vigna – come la chiamo io – era stata a fine febbraio quando gli operai erano alle prese, oltre che con la legatura, anche con la sostituzione dei pali in legno che sostengono la vite. Un compito che viene svolto da diversi anni e che è simbolo di modernità e ineluttabilità.
I più vecchi e malandati, che hanno subìto le intemperie nello scorrere delle stagioni, sono rimpiazzati da pali in cemento con un’anima d’acciaio. Sono meno belli da vedere e – se vogliamo – molto meno romantici di quelli in legno, ma ovviamente sono più pratici e duraturi.
Due uomini si occupano di estrarre dal terreno il vecchio palo e lo fanno con una facilità disarmante, come fosse piantato nel burro. Lo esaminano con cura e, se è ancora in buono stato, lo rimettono al suo posto cacciandolo più in profondità, magari dopo averne appuntito l’estremità con una roncola.
Al contrario, i pali deboli o marci che non hanno futuro vengono eliminati, raccolti in un mucchio, adagiati sul furgone e poi smaltiti. E, nell’esatto punto in cui si trovavano, gli stessi uomini conficcano con forza nel terreno quelli in cemento.

Come si presenta la vigna dopo la pulizia

Quel giorno di fine febbraio, prima di tornare a casa, ho fatto due chiacchiere con Christian, uno degli operai italiani della squadra. È un sardo che lavora in vigna da quattro anni, dopo aver fatto varie esperienze sempre all’aria aperta.
Non ce la farei a stare in un ufficio o in un altro luogo chiuso” mi confida scuotendo la testa, probabilmente pensando a chi in questo momento sta guardando le vigne dove ci troviamo, sopra Tirano, proprio attraverso una vetrata.
In passato ho lavorato in un magazzino” continua a dire, “trasportavo merce avanti e indietro con il muletto. Entravo la mattina presto quando spesso era ancora buio e uscivo la sera tardi, ancora con il buio. Ho resistito poco.”
Christian è emigrato dalla provincia di Oristano nel 1996, diretto a Livigno, in Alta Valtellina, dove ancora oggi c’è una nutrita colonia sarda. Quassù ha lavorato nell’edilizia e ha portato i turisti in motoslitta, prima di trasferirsi con la moglie in Media Valtellina, a Villa di Tirano, sia per il clima migliore sia per scappare dai ritmi forsennati di vita di una località di villeggiatura come Livigno.
Non c’è alcun dubbio: se ognuno di noi immagina una vigna, non può che pensare alla quiete e alla natura che la circonda. Tuttavia non dobbiamo mai dimenticare che, per chi ci lavora ogni santo giorno, la vigna significa soprattutto fatica, freddo invernale, umidità, caldo estivo, vento e inevitabile logorio trasmesso al corpo e alla mente da un duro lavoro manuale.
Questo però è il posto che mi piace” conclude Christian con il sorriso sincero e un’innata simpatia. “È il posto in cui voglio stare, almeno finché mi stancherò.”

Christian, 44 anni, è originario della Sardegna

Ripenso alle sue parole seduto alla scrivania, mentre sto scrivendo questo post. Lo sguardo si sposta in lontananza, segue il profilo della montagna vicina a casa, ancora del tutto innevata. Una donna sta salendo verso la vetta con gli sci d’alpinismo, senza fatica apparente; più in basso, una coppia sta scendendo a piedi accanto a un impianto di risalita fermo da mesi.
Ripenso alle parole di Christian e, di nuovo, mi ritrovo a immaginare che cosa stanno facendo gli operai in questo esatto momento, a venti minuti dalla fine del turno pomeridiano. Intanto aspetto che la mia quarantena finisca e che, presto, possa tornare a passare qualche ora in vigna insieme a loro.

CONTINUA…

(Le immagini che accompagnano il post sono mie, di Andrea e di Marco, naturalmente scattate in Valtellina, nelle vigne della casa vinicola Plozza)

Leggi anche i post precedenti:
2 Sole. Diario da una vigna
1 Rinascita. Diario da una vigna
Diario da una vigna

Tralci che coprivano il terreno della vigna

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