Livigno, i dolci di Carnevale

C’è un libro che svela con parole e immagini la cucina tipica di Livigno e Trepalle, che le ha dato nuova vita e che rappresenta un ponte tra passato e presente, tra tradizione e innovazione. Il suo titolo è Leina da saor. Una valanga di sapori, pensato e realizzato dall’Associazione Cuochi e Pasticceri e pubblicato nel 2014 da Editoriale Giorgio Mondadori.
Un libro di oltre 400 pagine che non è un’operazione di nostalgia per uno stile di vita ormai scomparso, ma un rilancio di ciò che è stato tramandato dalle madri e dai padri. Dove, soprattutto, si racconta una cucina essenziale come il carattere dei livignaschi, povera come ciò che la terra può offrire in alta montagna, ingegnosa come la mente di chi ha inventato piatti di sostanza nonostante la mancanza di ingredienti.

È in questo quadro che si inseriscono i due dolci tipici del Carnevale di Livigno, ognuno con la propria storia, le proprie curiosità e le proprie preparazioni: li manźòla (le chiacchiere) e i tartufolíŋ da Credaro (le castagnole).

Li manźòla sono la versione livignasca della chiacchiera o della frappa, sono il dolce che più di tutti incarna la festa e l’anima allegra del Carnevale. Anche in queste settimane è possibile trovare li manźòla nelle pasticcerie, nei bar e nei ristoranti del paese, e molte famiglie ne preparano una scorta perché, appunto, non ci può essere vero Carnevale senza.
In passato li manźòla venivano cucinate per il giovedì grasso o per il giorno di San Giuseppe, ma anche per occasioni speciali come un matrimonio, in qualsiasi periodo dell’anno si celebrasse. Un dolce friabile e delizioso ricoperto da granelli di zucchero, con l’inconfondibile sapore di liquore all’anice e con le dimensioni di circa 4×10 cm.
Nel libro Leina da saor è riportata la ricetta originale della signora Píciana da la Basc’tiana, una cuoca storica molto famosa tra le famiglie di Livigno proprio per le sue buonissime manźòla. Anche se – com’è normale che sia – ne esistono varie versioni.

I tartufolíŋ da Credaro, ossia le castagnole, sono invece l’altro dolce del Carnevale di Livigno, sfizioso e divertente come una pallina matta. Il nome nasce dall’ironia e dalla perspicacia dei livignaschi: il tutto deriverebbe da un ricordo delle patate da semina (in dialetto tartufol significa patata) fatte arrivare a Livigno a inizio Novecento dall’allora ministro valtellinese Luigi Credaro, in carica a Roma tra il 1910 e il 1914 in qualità di ministro dell’Istruzione. A quanto pare Credaro ebbe l’idea di tentare di far coltivare in paese queste patate di origine norvegese. Ma incerti sull’esito – per non dire totalmente scettici – i livignaschi preferirono mangiare le patate piuttosto che sprecare tempo nella loro coltivazione.
Il dolce nacque poi in seguito, verosimilmente in occasione dei festeggiamenti per l’apertura della strada del Foscagno, nel 1914. Durante la cena ufficiale organizzata alla pensione Alpina, l’ospite d’onore fu proprio il ministro Credaro. E i livignaschi – per ironia della sorte o forse per puro divertimento – prepararono in suo onore piccoli gnocchi dolci e gustosi come caramelle e che, come li manźòla, vennero fritti nello strutto. Li chiamarono tartufolíŋ da Credaro, ossia patatine di Credaro.

(La foto che accompagna il post è di Enzo Bevilacqua ed è tratta dalla pagina Facebook di Livigno is magic).

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