“I ricordi sono rotondi”

thomasLibri

Questo che segue è senz’altro uno dei miei vecchi racconti a cui sono più legato, perché ispirato a ricordi della mia adolescenza, in particolare al primo anno di scuola media, e anche uno di quelli che mi ha dato più soddisfazioni.

La storia di I ricordi sono rotondi è stata pubblicata nel 2007 sul numero 9 della rivista Toilet. Racconti brevi e lunghi a seconda del bisogno, edita da 80144 edizioni.
In più, nello stesso anno il racconto è stato letto sul canale Rete Due della RSI, la Radio Svizzera Italiana, in un programma dedicato ai libri e alla Fiera del Libro di Torino, dopo che un inviato della radio aveva “scoperto” lo stand di Toilet, nell’occasione arredato con water e rotoli di carta igienica.

Se vuoi ascoltare il racconto clicca su play.

Se invece preferisci leggerlo, buona lettura! Impiegherai circa 15 minuti.

I RICORDI SONO ROTONDI
Mia mamma si blocca a metà tra il bagno e la camera da letto, mi guarda con i suoi occhi azzurri che quasi mi accecano e ordina di alzarmi dalla poltrona e andare a tavola a mangiare. Io sbuffo e non dico niente.
Dai!”, insiste, “che la cotoletta e le patatine si freddano.”
Ma adesso inizia la partita”, piagnucolo.
Ehmbé? Sarà mica più importante la partita del mangiare.”
Mangio alla fine del primo tempo”, mi impunto.
Quando la cotoletta sarà fredda? Dai su, vai a tavola.”
Ma mi piace la cotoletta fredda”, mento.
Pensa te se uno deve far raffreddare la cotoletta e le patatine per guardare undici deficienti che corrono dietro a un pallone.”
Ma è la finale!”, protesto alzando la voce più del dovuto.
Ecchissenefrega se è la finale!”, urla lei alzando la voce più di me.
Allora scatto in piedi, corro in camera mia a prendere la palla antistress bianca e blu piena di sabbia che mi ha regalato per ricordo il dentista e vado a sedermi al tavolo in cucina. Però faccio solo finta di voler mangiare, ché appena mia mamma esce mi butto – letteralmente – in poltrona.
Bravo”, dice lei.
Mentre indossa il giaccone e alza il bavero che arriva a coprirle mezza faccia, ché anche se siamo a fine maggio qui ci sono le montagne e fa freddo, io schiaccio dal nervoso la palla antistress per far passare il tempo e lei si accorge che questa cosa che ho in mano non ha avuto la sua approvazione per entrare a far parte della mia vita.
Giacomo! Che cos’hai in mano?”, mi chiede.
La mia palla antistress bianca e blu piena di sabbia”, dico con indifferenza.
Dove l’hai presa?”
Me la sono fatta regalare oggi dal dentista.”
E perché?”
Per ricordo.”
Come per ricordo? Non vorrai mica cambiare dentista!”
Nonnò”, dico. “Non voglio cambiare dentista.”
Sai quanto abbiamo impiegato a trovarne uno decente?”
Ma non voglio cambiare dentista”, ripeto.
E allora cosa vuol dire per ricordo?”
Così quando sono grande”, mi illumino, “posso ricordare che il giorno che il dentista mi ha regalato la palla antistress bianca e blu piena di sabbia, io ho tolto il dente del giudizio e il Milan ha giocato la finale di Coppa dei Campioni.”
Dici sul serio?”, mi chiede mordendosi il labbro.
Decido di non rispondere, prendo una patatina e la infilo in bocca. Almeno così, penso, lei è contenta e non dice più niente né della palla antistress né della cotoletta che si fredda. Infatti mi saluta e dice che farà tardi, ché dopo il cinema andrà a bere qualcosa con le amiche.
Invece tu vai a letto subito dopo la partita!”, ordina poi.
Occhei.”
Mi raccomando, eh.”
Ho detto occhei!”
E quando la porta fa sbam!, come promesso fra me e me mi alzo e torno in soggiorno, anche se la cucina e il soggiorno sono nella stessa stanza, e mi butto – letteralmente – in poltrona.

Il nostro appartamento è piccolo, ma oltre a me e a mia mamma non ci abita nessuno, quindi è grande abbastanza. Non ci abita nessun altro ché io non ho né un papà né un fratello né una sorella. Cioè, il papà ce l’ho ma non lo vedo da mesi, invece il fratello e la sorella proprio non ci sono. Ogni tanto mio papà lo sento al telefono. Lui si è separato da mia mamma qualche anno fa e allora è tornato in Germania, ché è tedesco. Non penso che guarderà la partita e di sicuro non mi chiamerà, ché nei quarti di finale il Milan ha eliminato quei Mangia-aglio-a-colazione del Werder Brema. Mio papà però non è di Brema, è di Francoforte, ma fa lo stesso.
La prima cosa che faccio appena seduto in poltrona è alzare il volume della tivù. La seconda è togliere la sciarpa del Milan. La terza è mettere la maglia numero dieci di Gullit che mi ha regalato mio zio, quella originale con ancora il sudore di Gullit e che ha usato tre mesi fa in Milan-Pescara sei a uno. Solo che adesso non ha più il sudore di Gullit, ché mia mamma quella sera che mio zio me l’ha regalata me l’ha strappata di mano e buttata – letteralmente – in lavatrice. Quindi adesso la maglia numero dieci di Gullit sa solo di detersivo. La quarta cosa che faccio appena seduto in poltrona è rimettere la sciarpa al collo. La quinta è mettere il polsino di spugna con scritto Forza Milan. La sesta è alzarmi, spegnere la luce e sedermi in poltrona dritto davanti alla tivù. La settima è alzarmi ché ho dimenticato di schiacciare rec sul videoregistratore. L’ottava è sedermi in poltrona dritto davanti alla tivù. La nona è alzarmi ché ho dimenticato di prendere una Dottor Peppers, ché anche se il Milan è fortissimo sulla Gazzetta c’era scritto che questi dello Steaua sono pericolosi, e allora non si sa mai, se mi viene la gola secca dagli spaventi almeno ho qualcosa da bere a portata di mano. La decima cosa che faccio, finalmente, è sedermi in poltrona dritto davanti alla tivù con tutto il necessario per una serata trionfale, toccando – letteralmente – legno. E l’undicesima cosa che faccio, senza che volessi farla, è sentire il campanello suonare. Prima mi dico “Che palle!”, poi mi dico “Ma proprio adesso rompono!”, alla fine mi chiedo “Ma chi sarà?”, così mi alzo e vado ad aprire.
Sono Claudia, mia cugina, e Martina, la bellissima Martina-che-non-guarda-negli-occhi-mai-nessun-maschio-tanto-meno-me. E Martina è truccata come alle feste di compleanno dove tutti si baciano e bevono Tiki e mangiano Dixie e poi si leccano le dita e se le puliscono sui vestiti. E sorride. E per qualche strano motivo è qui e vuole entrare a casa mia. E mi guarda dai piedi alla testa e poi dalla testa ai piedi, e scoppia a ridere. Io, un po’ imbarazzato ché davanti ho Martina-che-non-guarda-negli-occhi-mai-nessun-maschio-tanto-meno-me e un po’ arrabbiato per l’interruzione insopportabile, torno in poltrona dritto davanti alla tivù senza dire niente. E loro entrano.
Ma come sei vestito?”, mi chiede Claudia quando la porta fa sbam!.
Eh, c’è la partita del Milan”, rispondo.
Non vieni con noi in sala giochi?”, mi chiede ancora Claudia. In mano ha una pallina da golf gialla fosforescente.
Eh, c’è la partita del Milan”, dico ancora.
Ma perché sei al buio?”
Perché le partite si guardano al buio.”
La pallina da golf gialla fosforescente in realtà è un portachiavi. In cartoleria le avevano finite tutte, e quasi quasi le chiedo di regalarmela per ricordo.
Ma perché hai la sciarpa fin sopra la bocca?”, mi chiede Claudia.
Perché ho mal di denti. Ma anche perché c’è la partita del Milan.”
Mi sa che andiamo da sole in sala giochi”, dice lei a Martina.
Mi sa anche a me…”, fa Martina con una smorfia.
Ed è in questo momento che mi paralizzo, ché è la prima volta che sento la sua voce. E dopo che Martina ha detto “Mi sa anche a me…”, e dopo che io mi sono paralizzato, cala il silenzio. E anche Pizzul fa una pausa. E io guardo Martina. E lei mi sorride e dice “Peccato”. E quando dice “Peccato”, cala di nuovo il silenzio, anche se poi aggiunge “Sarà per un’altra volta” e io torno a muovermi e finalmente mi decido a sorriderle di rimando e a chiedere a Claudia se mi regala la pallina da golf gialla fosforescente.
Perché?”, fa lei.
Per ricordo”, rispondo.
Come per ricordo? Non mi vuoi più vedere?”
Nonnò”, dico. “Ti voglio vedere ancora.”
E allora cosa vuol dire per ricordo?”
Così quando sono grande”, mi illumino, “posso ricordare che la sera che mi hai regalato la pallina da golf gialla fosforescente è stata la prima volta che ho sentito la voce di Martina.”
Dici sul serio?”, mi chiede perplessa.
Sìssì”, rispondo sicuro di me.
Martina dà una gomitata a Claudia e tutte e due mi guardano. Claudia ci pensa un po’ su, poi mi passa la pallina da golf gialla fosforescente.
Tanto a me il golf mi fa schifo”, dice. “E non ho neanche una chiave da attaccarci.”
Però un’altra volta andiamo davvero in sala giochi, eh?”, mi chiede Martina senza smettere di guardarmi.
Sìssì che andiamo”, rispondo.
Allora ciao”, sorride quando la porta fa sbam!

Più tardi sono nel letto ma non riesco a dormire, ché il Milan ha vinto la Coppa dei Campioni con due gol di Gullit e due gol di Van Basten. E non riesco a dormire ché sento il rumore dei clacson dei milanisti in corteo. Allora penso alla partita del Milan e poi alla voce di Martina e poi al sorriso di Martina. E quando mi sveglio sono ancora più contento di ieri sera.

Arrivo a scuola con mezz’ora di anticipo come tutte le mattine, ché quando in paese inizia a fare un po’ più caldo e la neve si scioglie, prima di entrare in classe giochiamo a pallone o a qualsiasi altro sport sul piazzale della scuola. Per esempio stamattina quando arrivo ci sono già un po’ di miei compagni che stanno giocando a palla bastarda. Martina però non c’è. Lei non arriva mai in anticipo a giocare con i maschi e poi non è neanche della mia classe, quindi in caso non potrebbe giocare con noi ché questo angolo del piazzale è riservato alla prima B.
Senza chiedere niente a nessuno mi unisco e gioco anch’io a palla bastarda. Ne elimino subito due e il terzo lo becco con una pallonata in faccia e il suo naso inizia a sanguinare. Faccio per andare a scusarmi e vedere come sta, ma di colpo mi blocco e mi dico “Ecchissenefrega del mio compagno di classe e del suo naso! Stamattina i milanisti possono fare quello che vogliono senza chiedere niente a nessuno. E poi io ho sentito la voce di Martina, pensa te se mi devo scusare.” Anzi, dopo questo discorso fra me e me mi viene in mente che potrei tenere la palla da palla bastarda per ricordo, così quando sono grande posso ricordare che il giorno che ho fatto sanguinare il naso a uno della mia classe, la sera prima ho sentito la voce di Martina. Però la palla da palla bastarda dovrei chiederla al preside o al limite al professore di ginnastica e allora decido di lasciar stare, ché in fondo questo ricordo del naso che sanguina non vale così tanto la pena di essere ricordato.

Alle due ho un’ora di tennis con il maestro. Il campo è vicino a casa mia, così salto – letteralmente – in bicicletta e pedalo a più non posso per riscaldare i muscoli delle gambe ma anche per sentire l’aria in faccia che rinfresca la pelle di un campione della Coppa dei Campioni e di uno che ha sentito per la prima volta la voce di Martina e di uno che ha già due bellissimi ricordi di una bellissima serata. E chissà perché intanto che pedalo a più non posso mi viene da pensare che i ricordi belli sono rotondi, e sono rotondi ché sennò fanno venire la tristezza e la nostalgia, ché sennò sarebbero rettangolari come le fotografie o triangolari come le lacrime, e lo sanno tutti che quando i ricordi hanno gli angoli sono tristi. Invece quando sono rotondi no. Quando sono rotondi, i ricordi sono ricordi felici.
Faccio appena in tempo a finire questo mio pensiero che già sono in campo con la racchetta da tennis in mano. Mi piace giocare a tennis ma oggi in testa ho solo Martina e il calcio, infatti in tasca dei pantaloncini ho la pallina da golf gialla fosforescente e al posto della maglietta da tennis bianca come quella che usa Becker ho messo la maglia numero dieci di Gullit.
La cosa più bella delle lezioni di tennis non è tanto che il maestro mi insegna gli effetti. Né che mi insegna l’impugnatura giusta del dritto o del rovescio a due mani o del servizio. Né che mi insegna il top-spin o il lob o la volée. No. La cosa più bella delle lezioni di tennis è il cesto con almeno cinquanta palline da tennis viola e arancioni. E un’altra cosa bella è che le palline non finiscono mai, e uno può giocare all’infinito senza andarle a raccogliere ogni cinque minuti. L’unica cosa meno bella è che alla fine della lezione il maestro le fa raccogliere tutte a me. E oggi, penso intanto che gioco, è proprio il giorno giusto per chiedere al maestro se me ne regala una, delle sue palline viola e arancioni, tanto lui ne ha finché vuole. Così, appena finita la lezione e appena finisco di raccogliere le palline sparse per il campo, glielo chiedo.
Maestro, mi regali una pallina viola e arancione?”
E a che ti serve?”, fa lui.
Per ricordo”, sorrido.
Come per ricordo?”, chiede. “Non verrai più a lezione?”
Nonnò”, rispondo, “vengo ancora a lezione.”
E allora che significa per ricordo?”
Così quando sono grande”, mi illumino, “posso ricordare che il giorno che mi hai regalato la pallina da tennis viola e arancione, la sera prima ho sentito la voce di Martina.”
Il maestro sorride e non mi fa altre domande, neanche mi chiede chi è questa Martina, anche se da come sorride è chiaro che pensa che sono scemo. Ma poi torna serio ché io sono serissimo, prende una pallina dal cesto e me la regala. E quando mi ritrovo in mano la pallina da tennis viola e arancione è la prima volta che sento davvero la morbidezza della specie di moquette che la ricopre. E ripeto fra me e me che anche questo ricordo è un ricordo felice, ché è rotondo che più rotondo non si può.

Alle quattro esco in terrazza e vedo che nel prato vicino alla strada ci sono cinque ragazzi che stanno giocando a meno dieci, e uno di loro è il mio compagno di banco Filippo. Quando si accorge di me urla qualcosa che non sento, sbuffa e attraversa la strada, e appena è sotto la mia terrazza abbasso la testa per guardarlo negli occhi e lui allunga il collo come una giraffa.
Ciao Giacomo. Vieni a giocare?”, mi chiede.
Non so, devo ancora fare i compiti.”
Solo un’ora, dai. Alle quattro e mezza arrivano gli altri e facciamo un partitone.”
Davvero?”
Sì.”
Allora metto le scarpe e arrivo.”
Per giocare la partita come si deve, uno di terza ha portato da casa due pacchi di farina bianca e adesso sta finendo di fare il cerchio del centrocampo. Però non è proprio un cerchio, è più un ottagono, così come le linee laterali non sono proprio rette e la lunetta del corner sembra più un trapezio. E il dischetto del rigore non è proprio un dischetto ma più una collinetta di polvere bianca.
Per giocare la partita come si deve un altro di terza ha portato da casa sei pali dello slalom speciale, e adesso sta finendo di attaccare con lo scotch la traversa ai due pali. Una porta ha i pali rossi, l’altra blu.
Però non dovete colpire i pali”, dice Filippo, “sennò dopo dobbiamo rimettere lo scotch.”
Va bene”, diciamo in coro.
Allora iniziamo, dai.”
Ci sistemiamo tutti sul campo, ognuno nella sua posizione e ognuno con una voglia matta di giocare, solo che non si trova il pallone. Solo che ci accorgiamo che il pallone ce l’ha in mano un vecchio. Solo che questo vecchio tira fuori dalla tasca un coltellino svizzero e poi ci guarda uno per uno, e alla fine buca il pallone con una coltellata. E questo vecchio, che poi è il proprietario del prato, butta il pallone verso il centrocampo. E il pallone rimbalza male e intanto si sgonfia e poi si ferma e si affloscia proprio davanti ai miei piedi. E noi guardiamo il vecchio e ci spaventiamo. E il vecchio guarda noi e vorrebbe accoltellarci tutti. E quando capiamo che il vecchio vorrebbe accoltellarci tutti, scappiamo ognuno verso casa propria. E mentre corro più veloce di Carl Lewis sento il vecchio bestemmiare e urlare, così mi giro e lo vedo strappare i pali delle porte e buttarli per aria, poi lo vedo tirare calci alle linee di farina del campo e lo sento ancora bestemmiare e urlare.
Finché, quando sono al sicuro, sento qualcuno che mi tira il braccio. È Filippo che urla “Fermati!”.
Io mi fermo e lo guardo. Lui si ferma e mi guarda. Io mi piego dalla fatica e respiro forte. Lui si piega dalla fatica e respira ancora più forte di me.
Poi, quando recupero il fiato, gli dico “Ciao, io vado a fare i compiti.”
Anch’io”, dice lui. “Poi magari la partita la facciamo domani.”
E intanto che lo guardo andare via, per qualche secondo mi arrabbio fra me e me, ché se non mi fossi spaventato a vedere il coltellino svizzero del vecchio avrei potuto tenere il pallone bucato da calcio per ricordo, così da grande avrei ricordato che il giorno che volevamo giocare il partitone nel prato vicino alla strada, la sera prima ho sentito la voce di Martina. Però per prendere la palla bucata da calcio magari mi prendevo anch’io una coltellata e allora forse è stato meglio così, ché in fondo questo ricordo del vecchio che accoltella il pallone da calcio non vale così tanto la pena di essere ricordato.

Quando arrivo dietro casa, in giardino c’è lei. È proprio Martina, la Martina-che-non-sorride-mai-a-nessun-maschio-tranne-che-a-me. Sta giocando a pallavolo insieme a mia cugina Claudia, senza linee del campo e senza rete. Senza nessuno che bestemmi e urli e accoltelli un pallone. E Martina mi vede e mi sorride. E si mette in posizione da bagher e stringe le sue mani una sull’altra e risponde senza fatica a tutte le schiacciate di mia cugina Claudia.
Poi Martina mi guarda ancora e mi sorride, e anche se io le sorrido di rimando un po’ mi vergogno, ché quando faccio due passi verso di lei mi accorgo che ho le scarpe da calcio coi tacchetti di ferro che fanno casino sull’asfalto e sembra il rumore dei tacchi da donna. Ma decido di fare finta di niente e sorrido ancora e cammino verso di lei. E succede che mia cugina si ricorda tutto d’un colpo che deve finire un esercizio d’inglese, e se ne va salutando Martina e facendo l’occhiolino. E succede che Martina mi chiede se voglio giocare un momento a pallavolo con lei e io le rispondo “Sìssì, voglio giocare un momento a pallavolo con te, ma solo un momento che devo ancora fare i compiti”. E così succede che giochiamo un momento a pallavolo. E anche se ogni tanto vorrei rispondere ai suoi palleggi in bagher con un collo esterno alla Ancelotti, cerco di trattenermi e rispondo anch’io con il mio bagher che però non è come quello che sa fare lei. E poi succede che continuiamo a giocare senza dire niente, tutti e due con un sorriso che non riusciamo a levarci dalla faccia. Finché, dopo mezz’ora di silenzio e sorrisi e bagher, Martina dice “Adesso devo andare”. E quando mi ritrovo a un passo da lei, con la palla da pallavolo in mano, succede che mi viene un’ideona. Le chiedo se mi regala la palla da pallavolo per ricordo. Prima però gliela ridò ché se davvero me la regala è lei che deve darmela, sennò non vale.
Come per ricordo?”, mi chiede un po’ confusa. “Non mi vuoi più rivedere?”
Nonnò”, rispondo prima che i suoi occhi diventino tristi. “Ti voglio rivedere ancora.”
E allora perché per ricordo?”
Così quando sono grande”, mi illumino, “posso ricordare che il giorno che mi hai regalato la palla da pallavolo è il giorno che abbiamo giocato insieme a pallavolo.”
Martina mi sorride tutta imbarazzata, mi passa la palla e mi stampa un bacio sulla guancia che sa di Bigbabol alla fragola e che mi lascia senza fiato. E quando corre via mi accarezzo la guancia e porto la mano al naso per sentire l’odore delle sue labbra che sanno di Bigbabol alla fragola. E bacio il pallone da pallavolo. E poi corro in camera mia a metterlo sulla mensola insieme alla palla antistress bianca e blu piena di sabbia, alla pallina da golf gialla fosforescente e alla pallina da tennis viola e arancione. E prima di andare in cucina a fare i compiti mi fermo sull’uscio, mi volto e ammiro i miei ricordi sulla mensola. E proprio quando la porta di camera fa sbam!, mi dico fra me e me che tutti questi ricordi sono rotondi che più rotondi non si può.

(La foto che accompagna il post è tratta dalla rete)

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