“Chi ha ucciso Snoopy?”

thomasLibri

Questo è uno dei pochi racconti gialli – se non l’unico – che abbia mai scritto. E a dire il vero non credo che nella sua struttura ci siano tutte le cose a posto, cioè il mistero, il climax, la suspance, il colpo di scena che – ahimè – manca e le altre cose che rendono una storia di crimine davvero riuscita.
Però, rileggendolo dopo molti anni, mi sembra comunque un racconto discreto e godibile, ambientato tra le valli della nostra provincia – quali, scegliete pure voi – e con protagonista un ragazzino che, in una giornata triste, trova il sentiero sul quale percorrere il proprio futuro.

Il racconto Chi ha ucciso Snoopy è stato pubblicato sulla rivista online Thriller Magazine nel luglio 2006 e in seguito, nel novembre 2006, anche nel numero 7 di Toilet. Racconti brevi e lunghi a seconda del bisogno, edito da 80144 edizioni.

Buona lettura! Impiegherete circa 4 minuti.

CHI HA UCCISO SNOOPY?
Trovai Snoopy non lontano da casa, in riva al fiume.
Ricordo che la giornata era stupenda, la tipica esplosione di odori dell’estate che si colora, dell’erba dei prati che sa ancora di neve. Era una giornata da far sorridere, ma appena vidi Snoopy scoppiai a piangere.
Era legato a un albero con una corda tesa, la testa a mezz’aria, il corpo a terra senza vita. Aveva il dorso tumefatto e un buco di fucile nella pancia. Accanto al corpo c’era un ramo robusto, il giallo della resina macchiato di rosso. E poi un sasso, le punte insanguinate.
Non ebbi il coraggio di toccarlo e nemmeno di avvicinarmi. Restai lì immobile a un paio di metri, a frignare e sperare che d’improvviso si mettesse a scodinzolare.
Fu la prima volta che provai l’angoscia della morta violenta. Avevo dodici anni e, mentre le lacrime mi bagnavano guance e collo, contai le volte che lo avevo accarezzato.

A uccidere Snoopy fu il colpo di fucile, a torturarlo il ramo e il sasso appuntito. Fu il giorno più triste della mia adolescenza. Tornai a casa di corsa, singhiozzando, e trovai mio padre in laboratorio.
Era falegname e ricordo che stava lavorando a una cuccia per il cane dei nostri vicini. Gli spiegai come avevo trovato Snoopy e lui mi accompagnò al fiume tenendomi per mano. Aveva il volto tirato e nel tragitto non disse una parola. Io continuavo a piangere, ma la sua presenza, il rumore denso del respiro, la stretta ruvida della mano mi diedero il coraggio di reagire.
Fu nel tragitto verso il fiume che decisi di scoprire l’assassino di Snoopy.

Appena vide Snoopy mio padre bestemmiò e, anche se mi aveva sempre insegnato a non dire parolacce, in quell’occasione approvai.
Sono sicuro che nel vedere com’era stato ridotto il suo corpo anche a un prete sarebbe scappata una bestemmia.
I carabinieri arrivarono al fiume subito dopo, ma non sembrarono molto interessati all’accaduto. Il più giovane non scese nemmeno dall’auto: disse che in fondo si trattava solo di un cane. L’altro, senza indugi, ordinò a mio padre di seppellire il corpo da qualche parte, oppure di portarlo alla discarica. L’importante era toglierlo dalla vista dei passanti. Nessuno dei due chiese il nome del cane.

Più tardi seppellimmo Snoopy in giardino. Mio padre disse che non l’avremmo mai portato in discarica, per nessuna ragione al mondo. Con fermezza disse anche che gli animali di famiglia si seppelliscono nella terra dove sono cresciuti. Era un uomo di valori e in quel momento cercava di darmi conforto.
In laboratorio lo aiutai a costruire una cassa da morto con assi di compensato. Dentro ci adagiammo il corpo di Snoopy, dopo averlo pulito dal sangue e avvolto nella sua coperta preferita. Sul fronte della cassa scrissi Qui riposa Snoopy, un beagle testardo e giocherellone. Aggiunsi la data di nascita e quella di morte, poi scavammo una buca.

Al fiume cercai sul corpo di Snoopy qualche indizio. Non piangevo più. Dentro sentivo solo l’elettricità che nasceva dalla voglia di scoprire l’assassino. Avevo una missione da compiere, così dimenticai presto che a morire era stato il mio cane: credo fosse il famoso distacco emotivo di cui ha bisogno un detective per indagare al meglio.
Tra i denti di Snoopy trovai un lembo di tessuto grande come una caramella. Era azzurro e una riga nera lo attraversava nel mezzo. Sembrava il pezzo di una camicia scozzese, dello stesso tipo che usava mio padre al lavoro. Sorrisi fiero pensando che Snoopy si era difeso affondando i denti nel braccio dell’assassino.
Poi lo slegai dall’albero e analizzai la corda che lo teneva legato. A un’estremità aveva un bozzo simile a quello che si fa alle stringhe delle scarpe per non farle uscire dai fori, nell’altro lato invece la corda era sfilacciata, come fosse stata tagliata con una forbice troppo piccola e poco affilata.
E prima che mio padre tornasse con la jeep per caricare il cadavere, controllai il terreno attorno all’albero, muovendomi come fossi in pantofole, fosse notte e scendessi di nascosto in salotto a cercare cioccolatini. Vicino a un groviglio di ortiche e muschio trovai un pacchetto accartocciato di MS. Non era né bagnato dalla brina né scolorito dal sole. Era stato buttato di recente, pensai, e con tutto il cuore sperai che appartenesse all’assassino.
Ero eccitato: avevo tre indizi, anche se la corda era inutile per le indagini.

Dopo aver seppellito Snoopy mi barricai in camera e scrissi una lista dei possibili colpevoli. Pensai a chi potesse vestire camice scozzesi, oltre mio padre, a chi fumasse MS e a chi potesse avere una corda. Scrissi due nomi: erano di un pastore e di un contadino.
Il primo era un solitario. D’inverno se ne stava sempre chiuso in casa e in paese si diceva che odiasse tutti gli animali, a parte le pecore. Snoopy però era stato ucciso in giugno, e il pastore era già al lavoro negli alpeggi. Lo cancellai dalla lista.
Il secondo, il contadino, aveva un movente: Snoopy aveva ucciso due sue galline. L’aveva fatto per gioco, ma quando mio padre cercò di scusarsi, lui pretese denaro o un tavolo da lavoro nuovo come risarcimento.
Mio padre decise di pagarlo e tutto sembrava risolto. Nei giorni seguenti, però, portando a spasso Snoopy, il contadino lo additò più di una volta con aria di sfida, come volesse vendicarsi.
Decisi che il contadino era l’indiziato principale. Ora dovevo solo incastrarlo.

Mia madre era in cucina a preparare la cena e io uscii di casa senza farmi vedere. Andai al bar in piazza dove sapevo avrei trovato il contadino. Nel bar c’era odore di stalla, il pavimento era coperto di segatura per via della pioggia scesa due notti prima.
C’era anche mio padre e quando mi vide rimase sorpreso. Gli dissi che stavo cercando l’assassino di Snoopy, che avevo qualche indizio, un nome, e lui rise come per prendermi in giro. Lo guardai storto e tornò subito serio in rispetto del mio lutto. Gli indicai un uomo al bancone, intento a bere vino rosso, e s’incuriosì ricordando ciò che era successo con le galline.
Presi coraggio e mi avvicinai al contadino, seguito da mio padre che mi teneva una mano sulla spalla. Il contadino indossava una camicia scozzese azzurra a righe nere. In realtà era verde, come scoprii dopo, ma sono daltonico e quindi non faceva molta differenza. La camicia era strappata e sul braccio cercai speranzoso i segni dei denti di Snoopy, ma vidi solo un grosso cerotto beige.
Chiesi al contadino cosa avesse fatto al braccio, come mai la camicia fosse strappata. Per riposta farfugliò qualcosa di incomprensibile.
Mio padre gli ordinò di ripetere e lui si giustificò dicendo che si era tagliato tra i vigneti e aggiunse, guardandomi dritto negli occhi, che lavorava tutto il giorno e non passava le mattine a scuola e i pomeriggi a giocare con uno stupido cane. Poi pescò dalla tasca della camicia un pacchetto di MS.
Sorrisi: era in trappola.

Mio padre andò al telefono e chiamò i carabinieri. Sulle sue labbra vidi spuntare un ghigno soddisfatto. Offrì al contadino un altro bicchiere di vino e quando i carabinieri arrivarono al bar mi chiese di raccontare tutto.
Pieno di orgoglio feci vedere ai carabinieri il lembo di camicia e il pacchetto di sigarette che avevo trovato. Lasciai perdere la corda che avevo in tasca e spiegai perché il contadino avesse torturato e ucciso Snoopy.
Lui non ci vide più dalla rabbia e urlò che odiava il mio dannato cane e tutti i cani che gli avevano ammazzato galline, e concluse promettendo che avrebbe continuato a uccidere i cani colpevoli.
I carabinieri lo portarono di peso in questura, dove mio padre firmò una denuncia.
Quella sera stessa, in giardino, raccontai alla tomba di Snoopy come avevo fatto a scoprire il suo assassino. Gli confidai anche che da grande mi sarebbe piaciuto fare il detective privato.
Ho mantenuto il proposito: il mio studio si chiama Snoopy Investigazioni.

(La foto di Snoopy che accompagna il post è tratta dalla rete)

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