Capodanno in free solo

thomasLibri

Abbiamo messo i bambini a letto, abbiamo aperto una bottiglia di Franciacorta rosé, ci siamo accomodati sul divano dopo aver spento le luci in salotto, abbiamo sistemato il computer sulle gambe e abbiamo cliccato su “play”.
È così che io e mia moglie abbiamo passato il Capodanno: a casa nostra, da soli. Ognuno con l’amorevole compagnia dell’altro, che in fondo è tutto quello che ci basta, che ci serve, che ci rende complici.
Abbiamo guardato il bellissimo documentario Free Solo – Sfida estrema, che ripercorre la storica scalata di oltre 900 metri, senza corde né protezioni, del climber statunitense Alex Honnold sulla parete di El Capitan, nel Parco nazionale di Yosemite, in California.
Un’impresa clamorosa, esaltante e folle, talmente impressionante da un punto di vista tecnico e umano che il documentario ha vinto il premio Oscar e tanti altri premi prestigiosi.

La storia di questa conquista sportiva, scioccante e consolatoria al tempo stesso, è raccontata nel libro La salita impossibile di Mark Synnott, amico di Honnold ed esponente della generazione di climber che ha preceduto proprio Alex, il quale oggi è considerato il talento più puro dell’arrampicata mondiale.
Il libro (che segue Nel vuoto), come il film ci fa vivere in diretta la tensione di questa arrampicata impossibile e ci fa conoscere meglio Honnold, alpinista estremo dietro al quale si nasconde un uomo bizzarro e geniale.

E mentre Alex, nel documentario, giungeva al punto critico della scalata durante uno dei tanti allenamenti prima di tentare l’arrampicata decisiva e finale (dico “finale” perché la conclusione sarebbe stata semplice: o sarebbe arrivato in cima o sarebbe morto sfracellato al suolo), nella vita reale scoccava la mezzanotte e fuori dalla finestra, puntuale, iniziavano a esplodere i fuochi d’artificio e le urla esaltate delle persone che festeggiavano il nuovo anno.
A quel punto, com’era naturale che fosse, abbiamo messo il documentario in pausa, infastiditi dagli sprechi del Capodanno e dal rumore molesto del divertimento obbligato e forzato di chi era uscito in strada.
Così, mentre aspettavo la fine dei fuochi e delle urla, ho ripensato al post del viandante Luigi Nacci che avevo letto nel pomeriggio e in cui, per il nuovo anno, augurava di passare più tempo sulla strada che in casa (non a festeggiare, ma a camminare), di comprare lo stretto indispensabile, di lavorare e non venire lavorati e di altre cose simili che potete ben intuire.
Allora, immaginando anche io di scalare (solo metaforicamente!) la parete liscia e verticale che Honnold stava cercando di domare, ho pensato ai miei buoni propositi da raggiungere con forza per i giorni a venire, e che ricalcavano perfettamente l’augurio di Nacci: avere più tempo libero, viaggiare di più, scrivere di più, smettere di passare le ore chiuso fra le mura di un negozio, allontanare il consumismo, sfuggire alla morsa del lavoro che mi rende schiavo, sottrarmi il più possibile al modello economico della nostra società, dedicare più tempo a mia moglie, ai miei figli, a me stesso.
Difficile, forse difficilissimo. Ma non impossibile. Proprio come la conquista della via Freerider di El Capitan, che Alex Honnold ha brillantemente e pericolosamente portato a termine in poco meno di quattro ore, salvandosi la pelle.

Ecco: anche io vorrei salvarmi la pelle, sempre metaforicamente parlando. La pelle e la mente. E non restare ingabbiato ancora a lungo in un prototipo di esistenza che non sopporto quasi più.
Di questo me ne sono convinto del tutto a notte fonda, quando mi ha svegliato la musica a tutto volume che arrivava da un noto pub del paese, poco distante da casa mia: “Life in plastic, is fantastic…”. La canzone, lo avete capito, era Barbie girl e in quegli istanti ho capito che esprimeva proprio quello che non vorrei più essere: esprimeva uno stile di vita che, senza remore, vorrei che si sfracellasse al suolo.

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