5 letture per proteggere la montagna

thomasLibri

Si sente dire spesso che per programmare il futuro bisogna saper affrontare il presente e conoscere il passato. Un concetto valido per tante cose, a partire dal modello di società in cui viviamo e di conseguenza dal modello di montagna che abbiamo oggi e vorremmo avere domani.
Ma è proprio così? Serve davvero ampliare le vedute e le conoscenze? Lo chiedo perché, a quanto pare, per la maggior parte delle persone che ci vivono e degli amministratori che pianificano il suo futuro, la montagna nata negli ultimi decenni va benissimo così com’è. Anzi, sembra che sia da sviluppare ulteriormente e che dunque non ci sia alcun bisogno di studiare il passato e affrontare i limiti del presente per definire un futuro delle Alpi davvero sostenibile.
Tuttavia, dato che personalmente la penso in maniera opposta – ossia che considerare le opinioni più disparate serva ad aumentare la comprensione dei problemi e a trovare soluzioni intelligenti svincolate dai soli principi di business e marketing –, ecco cinque libri che possono dare spunti per proteggere davvero le montagne da quel modello di sviluppo che le ha irrimediabilmente rovinate.

Il primo libro è La montagna di Veronica della Dora, edito da Einaudi, che attraverso un viaggio verso vette reali e immaginarie esplora cosa la montagna rappresenti nella nostra storia, cultura e immaginazione. E intrecciando varie materie, l’autrice sottolinea come la montagna sia un fenomeno geologico che ha influenzato e plasmato la coscienza ambientale dell’uomo, aiutandoci a comprendere il nostro, davvero piccolo, posto nel mondo.

Con comportamenti responsabili, attenti all’uso delle risorse, coscienti del valore del limite, fondati sul senso di appartenenza e sulla partecipazione, si può trasformare uno spazio fragile come quello alpino senza distruggerlo, permettendo al contempo a chi lo abita di continuare a farlo. È quello che spiega Annibale Salsa in I paesaggi delle Alpi edito da Donzelli, perché il declino, lo spopolamento, l’abbandono, l’inselvatichimento delle montagne, o al contrario l’assalto dei turisti, la cementificazione, la sottomissione a grandi e piccoli eventi sportivi non sono per forza un destino ineluttabile.

In Salviamo le montagne edito da Corbaccio, invece, Reinhold Messner fa un sunto del suo modo di intendere le terre alte, così da delineare una strada precisa da seguire per il loro futuro. Le comunità montane di ogni parte del mondo trovano nel turismo una risorsa preziosa e ormai indispensabile, ma il turismo di massa come lo conosciamo oggi rischia di distruggere le montagne invece di valorizzarle: che si tratti di Alpi o Himalaya, tutte le regioni montane si sono trasformate in parchi avventura, vie attrezzate e comprensori sciistici innevati anche artificialmente, dove biker, scalatori e sciatori si aspettano un divertimento assicurato, senza imprevisti e perfettamente organizzato, con il risultato di prosciugare irrimediabilmente le risorse naturali e di snaturare gli ultimi luoghi selvaggi del pianeta.

Pubblicato anni fa dall’editore Ponte alle Grazie, ma sempre attuale e illuminante, Terre alte di Carlo Grande ci parla di una montagna fatta di poesia, entusiasmo e adrenalina, da considerare nelle sue accezioni più nobili. Montagna come antidoto al rituale moderno della velocità, luogo di fatiche quotidiane e pazienti, dove principi antichi e dignità degli abitanti vanno difesi allo stremo e non sacrificati alla modernità e al modello cittadino.

Infine, cito un libro uscito di recente, anche se parla di una montagna esistita tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. In Andare in montagna è tornare a casa edito da Piano B, John Muir, pioniere della filosofia della wilderness e padre dei parchi nazionali statunitensi, presenta dieci scritti che sono altrettanti inni alla natura selvaggia. Una filosofia di pensiero per comunicare a tutti noi l’entusiasmo, il rispetto e una visione autenticamente spirituale degli ambienti selvaggi, ormai ultimi avamposti non artificiali a noi rimasti di una montagna che, purtroppo, continua a essere ostaggio del marketing emozionale e della promozione turistica.

Buone letture e viva la montagna!

(La foto che accompagna il post è di Dario Bellodis, immortala il Piz Linard in Bassa Engadina ed è tratta da Monpix, sito internet nato a Livigno che riunisce le migliori immagini di fotografi di montagna e non solo)

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